C'è una storia che quasi nessuno racconta, eppure riguarda ogni persona che oggi apre un browser, invia una mail o scrolla un feed. È la storia di un gruppo di programmatori che, tra gli anni Ottanta e Novanta, decise che il codice doveva essere condiviso, studiato, migliorato insieme. Non per generosità astratta, ma per una convinzione precisa: la conoscenza cresce quando circola. Quell'idea si chiama open source, e ha plasmato la cultura digitale in cui viviamo molto più di qualsiasi prodotto, brand o campagna pubblicitaria. Il paradosso? È ovunque, ma resta invisibile. E proprio oggi, nell'epoca dell'intelligenza artificiale e delle piattaforme chiuse, quella storia torna a parlarci con una urgenza nuova. In questo articolo ripercorriamo le origini del concetto, i suoi inventori (e le loro divergenze, perché ci furono eccome) e il parallelo con i giorni nostri. Perché capire da dove viene il codice aperto significa capire qualcosa di importante anche sul futuro del lavoro creativo.
Quando il software era libero senza saperlo
Negli anni Sessanta e Settanta, condividere codice era la normalità. Nei laboratori universitari e nei centri di ricerca, i programmi passavano di mano in mano come appunti tra colleghi: si copiavano, si correggevano, si miglioravano. Il software non era ancora un prodotto. Era, semplicemente, conoscenza applicata.
Poi qualcosa cambiò. Negli anni Ottanta l'industria informatica capì che il codice poteva essere venduto, protetto, chiuso. Nacquero le licenze proprietarie, gli accordi di riservatezza, i sorgenti blindati. Quello che era stato un ecosistema di scambio si trasformò in un mercato di scatole sigillate.
Per molti fu un'evoluzione naturale del business. Per qualcuno, invece, fu un tradimento.
Richard Stallman e la stampante che cambiò tutto
La leggenda vuole che tutto sia iniziato con una stampante inceppata. Richard Stallman, programmatore al laboratorio di intelligenza artificiale del MIT, voleva modificare il driver di una stampante Xerox per segnalare gli inceppamenti agli utenti del piano. Il problema: il codice sorgente era chiuso, e nessuno poteva toccarlo. Un'assurdità, ai suoi occhi. Come comprare un'auto con il cofano saldato.
Da quella frustrazione nacque una visione. Nel 1983 Stallman lanciò il progetto GNU, e nel 1985 fondò la Free Software Foundation, che stabilì le quattro libertà fondamentali del software libero: eseguire un programma per qualsiasi scopo, studiarne il funzionamento, ridistribuirne copie, migliorarlo a beneficio di tutti. Nel 1989 queste libertà trovarono forma legale nella licenza GNU GPL, un documento che ribaltava il copyright usandolo per garantire l'apertura invece della chiusura.
Stallman fu sempre chiarissimo su un punto, che riassunse in una frase diventata celebre:
"Free as in free speech, not as in free beer."
Libero come la libertà di parola, non gratuito come una birra offerta. La questione non era il prezzo: era l'etica del digitale, il diritto di capire e modificare gli strumenti che usiamo. Una posizione radicale, quasi spirituale, che però faticava a parlare al mondo delle imprese.
La cattedrale, il bazaar e la nascita di una parola
Il passaggio successivo arrivò da un'altra mente, con un temperamento molto diverso. Nel 1997 Eric S. Raymond pubblicò il saggio "La cattedrale e il bazaar", una riflessione che metteva a confronto due modi di costruire software:
- La cattedrale: il modello chiuso e gerarchico, dove ogni pezzo viene progettato e validato da pochi architetti prima di vedere la luce.
- Il bazaar: il modello aperto e caotico, dove migliaia di sviluppatori contribuiscono liberamente, e proprio da quel disordine apparente emerge qualità.
Il saggio ebbe un effetto concreto e immediato. Nel gennaio 1998 Netscape, in piena guerra dei browser contro Microsoft, annunciò una mossa che lasciò tutti a bocca aperta: avrebbe rilasciato il codice sorgente del suo Communicator, dando vita al progetto che oggi conosciamo come Mozilla.
Serviva però una parola nuova. "Free software" era ambiguo (in inglese free significa sia libero che gratuito) e spaventava le aziende. Fu Christine Peterson, il 3 febbraio 1998, a proporre l'espressione "open source" durante una riunione in California. Pochi giorni dopo, Raymond e Bruce Perens fondarono la Open Source Initiative, l'organizzazione che ancora oggi custodisce la definizione ufficiale di open source e certifica le licenze.
Una curiosità che racconta molto: Stallman non aderì mai davvero al nuovo termine. Per lui "open source" metteva l'accento sul vantaggio pratico e perdeva per strada la questione morale. Quella frattura tra pragmatici e idealisti non si è mai del tutto ricomposta. Ed è, a suo modo, una delle tensioni più fertili della cultura digitale: serve l'ideale per dare direzione, serve il pragmatismo per cambiare il mondo davvero.
Quanto vale oggi un'idea nata gratis
Facciamo un salto di quasi trent'anni. Quanto vale oggi quell'idea ribelle?
I numeri sono difficili perfino da immaginare. Uno studio di Harvard Business School del 2024, firmato da Manuel Hoffmann, Frank Nagle e Yanuo Zhou, ha stimato che il valore lato domanda dell'open source ammonta a 8.800 miliardi di dollari. Detto altrimenti: è quanto le aziende del mondo dovrebbero spendere per ricostruire internamente ciò che oggi usano gratis. Senza open source, secondo i ricercatori, le imprese spenderebbero in software 3,5 volte più di quanto spendono ora.
E la diffusione è praticamente totale. Il report OSSRA 2025 di Black Duck rileva che il 97% delle codebase commerciali contiene componenti open source, e che in media il 70% del codice analizzato ha origine aperta. Un'applicazione tipica ne contiene oltre 900. Anche lo State of Open Source Report 2025 conferma la tendenza: il 96% delle organizzazioni ha mantenuto o aumentato l'uso di software open source nell'ultimo anno.
C'è però un dato, nello studio di Harvard, che merita una pausa di riflessione: il 96% di quel valore è creato da appena il 5% degli sviluppatori. Un'infrastruttura da migliaia di miliardi che poggia sulle spalle di una manciata di persone, spesso volontari, spesso invisibili. Vi ricorda qualcosa? È il tema eterno del valore del progetto che nessuno vede finché non si rompe. Il caso della backdoor scoperta in XZ Utils nel 2024, una piccola libreria mantenuta quasi da una sola persona e usata da mezzo internet, lo ha dimostrato in modo inquietante
Il parallelo con i giorni nostri: AI, apertura e nuove recinzioni
E qui la storia smette di essere storia e diventa attualità.
Negli anni Ottanta il software passò da bene condiviso a prodotto chiuso, e la reazione fu il movimento del software libero. Oggi stiamo vivendo un déjà vu su scala più grande: l'intelligenza artificiale. I grandi modelli linguistici sono stati addestrati anche su decenni di codice aperto, documentazione condivisa, contenuti di qualità scritti da comunità di volontari. Hanno bevuto, in altre parole, dal pozzo del bazaar. E ora una parte dell'industria sta costruendo cattedrali attorno a quel pozzo: modelli chiusi, pesi segreti, accesso a pagamento.
La risposta della comunità, però, segue un copione che conosciamo bene. Modelli open weight, dataset pubblici, strumenti collaborativi: la tensione tra apertura e recinzione si sta rigiocando, identica nella sostanza, diversa solo negli strumenti. Il dibattito su intelligenza artificiale e creatività è, in fondo, il dibattito di Stallman e Raymond con quarant'anni di interessi maturati.
Ma il parallelo più interessante non è tecnologico: è culturale. L'open source ha dimostrato una cosa che il marketing tradizionale fatica ancora ad accettare:
- La fiducia si costruisce mostrando, non dichiarando. Un codice aperto può essere verificato da chiunque: è la trasparenza fatta sistema.
- La coerenza vale più del controllo. I progetti open source sopravvivono ai loro fondatori quando hanno valori chiari e una direzione riconoscibile.
- La comunità è un moltiplicatore, non una minaccia. Aprire il proprio lavoro al contributo altrui non lo indebolisce: lo rende più solido e più longevo.
Sono principi che valgono per il software, certo. Ma valgono identici per un brand, per un progetto editoriale, per uno studio creativo che sceglie un approccio umano invece di nascondersi dietro il gergo e le porte chiuse. La comunicazione autentica, in fondo, è open source applicato alle relazioni: mostrare il processo, ammettere i limiti, lasciare che gli altri vedano come lavori.
Cosa insegna l'open source a chi crea
Chi lavora nel digitale, nel design o nella comunicazione può leggere questa storia come una semplice curiosità informatica. Oppure può farne un metodo. Noi di CTA Studio, nel nostro modo di lavorare, abbiamo sempre creduto alla seconda strada, e questa storia ci conferma alcune convinzioni profonde.
La prima: le idee migliori nascono dal confronto, non dall'isolamento. Il bazaar batte la cattedrale anche nei progetti digitali su misura, dove il dialogo continuo con il cliente produce risultati che nessun genio solitario raggiungerebbe da solo.
La seconda: il valore invisibile esiste, ed è spesso quello decisivo. Come il 5% di sviluppatori che sostiene l'economia digitale mondiale, in ogni progetto ci sono fondamenta che nessuno noterà mai. Finché ci sono.
La terza: progettare con senso significa scegliere cosa aprire e cosa custodire, con consapevolezza digitale e non per inerzia. L'apertura non è un dogma: è una decisione strategica che richiede visione creativa e coraggio.
E infine una domanda, che lasciamo aperta come si conviene al tema: quanta parte del tuo lavoro saresti disposto a mostrare al mondo, sapendo che proprio quella trasparenza potrebbe diventare la tua forza?
Conclusione
L'open source è la dimostrazione che un'idea controcorrente, nata da una stampante inceppata e da una manciata di idealisti testardi, può diventare l'infrastruttura invisibile dell'intero cambiamento digitale. Stallman ci ha messo l'etica, Raymond il pragmatismo, Peterson la parola giusta al momento giusto. Il risultato è una delle più grandi storie di collaborazione umana mai scritte.
E mentre l'innovazione digitale accelera e l'AI ridisegna le regole, quella lezione resta intatta: ciò che si condivide cresce, ciò che si chiude invecchia.
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